martedì 18 aprile 2017

TEMI VINCITORI DEL VIAGGIO AI CAMPI DI STERMINIO 2016/2017

TEMA “SHOAH”
di Alberto Giacomelli
Shoah, Olocausto, genocidio nazista: sono tanti i nomi che si attribuiscono alla strage avvenuta quasi un secolo fa, ma alla fin fine i fatti rimangono sempre gli stessi; i nazisti hanno messo in atto lo sterminio di milioni e milioni di persone solo per tener fede ad un'ideologia razzista creata da un pazzo corrispondente al nome di Adolf Hitler, salito al potere grazie alla disperazione generale dei tedeschi dovuta a crisi economiche e a votazioni poco oneste. Negli anni si è parlato molto di quest'avvenimento, e sono stati analizzati tantissimi punti di vista: quello di un bambino figlio di un nazista (“Il bambino col pigiama a righe”;”L'amico ritrovato”), di un bambino francese (“Un sacchetto di biglie”), di un polacco (“Il pianista”) e addirittura di un sostenitore del partito capitanato dal Fuhrer (“Schindler's List”). Ma, personalmente, reputo l'opera che ha riassunto meglio la Shoah in tutte le sue sfaccettature la poesia “Shemà”, scritta nel millenovecentoquarantasei da Primo Levi, un ebreo italiano vissuto nel XX secolo che è stato deportato nei campi di sterminio nazisti e che, a differenza di molti altri, è anche riuscito ad uscirne. Non diffidate della breve lunghezza della composizione, perché per narrare l'orrore puro non servono frasi lunghe e complesse, ma bastano pochi termini, ben scelti. Proviamo quindi a prendere versetto per versetto di questa magnifica poesia , e vi accorgerete che sei anni di scontri, torture e guerre (1939-1945) sono racchiusi in poche righe: “Voi che vivete sicuri”, con questo verso Primo non si rivolge solamente alle persone vissute dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma anche a quelle che nonostante questo scontro epocale hanno potuto avere un' esistenza sicura e al riparo da ogni pericolo in quegli anni, come gli svizzeri, gli olandesi e gli abitanti dei Paesi Scandinavi, le cui nazioni si sono mostrate estranee al conflitto e non hanno avuto alcuna conseguenza da esso. “Nelle vostre tiepide case”, qui l'autore fa un paragone tra le persone a cui già si rivolgeva nel precedente versetto e i deportati nei lager rispetto al fattore “casa”: infatti questi ultimi, a differenza dei primi, vivevano in baracche non chiamabili “case”, stipati in piccolissimi spazi e sottoposti al gelo tagliente tipico dei paesi dell'Est. “Voi che tornando a casa a sera”, e anche qui troviamo un confronto  tra i due gruppi di persone già rammentati in precedenza, infatti non era raro che alcuni deportati non riuscissero a tornare al campo la era (perché morti durante il giorno) dal punto di lavoro, che non solo molto spesso distava decine di km (da percorrere a piedi), ma che sottoponeva le persone a impieghi massacranti, come lo scavare enormi gallerie o il portare  per delle scale di pietra un grande masso sulla schiena, lavoro completamente inutile, se non per distruggere a livello fisico le persone. “Trovate un pasto caldo e visi amici”, e qui c'è l'ultimo paragone tra i due gruppi di persone già messi a confronto due volte, stavolta riguardo al “cibo” (che nei lager nazisti era di pessima qualità e non superava un settimo delle calorie necessarie ad un adulto) e alla “presenza di volti rassicuranti”, cosa completamente assente nei campi di sterminio, dato che le uniche persone presenti erano i deportati (nella cui faccia si poteva leggere soltanto la morte) e i generali delle SS, tenuti a dover essere sempre rabbiosi e disprezzanti nei confronti dei detenuti. “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”, qui Primo Levi analizza le condizioni delle persone di sesso maschile e chiede all'intera popolazione mondiale se un uomo che lavora in ambienti sporchi, o comunque senza alcun diritto (mentre i diritti dei lavoratori erano già stati esposti nel “Capitale” di Karl Marx, completamente ignorato da Hitler per la matrice comunista dell'opera e per la nazionalità semita dell'autore), che non ha mai un attimo di pace e riposo a causa delle SS di giorno e dei bombardamenti degli Alleati di notte, che arriva a lottare con altri detenuti, con i generali e addirittura a morire per qualcosa per noi insignificante come mezzo panino; ma che per loro poteva significare una settimana in più di vita; che muore senza un preciso motivo, ma solo per il volere di persone (a te sconosciute) basato solamente su come ti presentavi, persone per di più uguali a te, ma che una gerarchi razzista ti aveva posto sopra, può ancora essere considerato tale. “Considerate s questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno”, qui invece Primo Levi prende in considerazione la situazione della donna nei lager, forse più tragica di quella dell'uomo, infatti la rasatura dei capelli era molto più debilitante per una femmina che per un maschio (che comunque se pelato non stona), e inoltre le torture al fine di far abortire, o comunque di rendere sterili (che erano assurde e disumane) erano previste solo per le persone di sesso femminile. La cancellazione del nome a favore di un numero era invece prevista per entrambi i sessi, ed aveva il compito di spersonalizzare le persone, renderle incapaci di provare qualsiasi emozione e metterli come unico obbiettivo quello di sopravvivere, e non più di vivere. “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia v'impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.”, in questa strofa finale l'autore ci lascia con un avvertimento, quasi una minaccia: ci dice di ricordare la sua poesia (o in generale la Shoah intera), e di rammentarla ai nostri figli in ogni momento della loro vita; altrimenti spera che ci accada qualsiasi tipo di disgrazia: malattie gravi, crolli della casa ecc...Levi tiene molto al fatto che questa terribile storia venga tramandata, perché ricordandola si evita che essa ri-accada. E già oggi, rispetto al secolo scorso, si sta trascurando l'Olocausto, credendolo un argomento di cui già si parla tanto, e infatti stanno rinascendo gruppi di persone nazi-fasciste. È quindi importantissimo ingrandire al più presto i tempi che vengono dedicati nelle scuole all'argomento, per sensibilizzare i ragazzi sin da piccoli ed evitare che in futuro un nuovo “Fuhrer” possa convincerci che sterminare le persone diverse da noi sia la scelta giusta. E chi invece ormai ha assorbito una cultura pro-nazista? Beh, se gli cadesse la casa sulla testa, non sarebbe una grande perdita per la società.   



TEMA

di Fiorella Comito III D



Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case […] considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango / che non conosce pace /  che lotta per mezzo pane /  che muore per un si o per un no, / Considerate se questa è una donna / senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare […]

Con questi versi del 1946 Primo Levi apre l’opera “ Se questo è un uomo”, testimonianza dell’esperienza disumana da lui vissuta insieme a milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti. Alla luce delle conoscenze che hai maturato sul tema della shoà attraverso le letture, la visione di film/ documentari, l’ascolto della testimonianza, la partecipazione alla giornata della memoria, commenta i versi di Shemà e prova a dare una spiegazione al drammatico appello finale che Primo Levi rivolge ai suoi lettori :

Meditate che questo è stato : / vi comando queste parole / scolpitele nel vostro cuore / stando in casa / andando per via, / coricandovi alzandovi; / ripetetele ai vostri figli. / O vi sfaccia la casa, / la malattia vi impedisca, / i vostri nati torcano il viso da voi.


L’uomo ha commesso molti errori nella storia e chissà quanti ancora ne commetterà. Spesso alla base di questi errori c’è la bramosia di potere, che è insita in ogni uomo. I versi di Shemà infatti ci riconducono ad una delle stragi più importanti della storia, dovuta al delirio di un solo uomo troppo potente .Quelle della poesia sono parole profondamente toccanti, scritte da un grande uomo con lo scopo di non dimenticare e far sì che le generazioni future non dimentichino l’indelebile cicatrice tracciata dalla follia dell’uomo .Il tempo scorre, anche più velocemente di quanto non vogliamo, ed è importante custodire nel cuore e nell’anima (come comanda Primo Levi ) pezzi di storia che , come un puzzle, secolo dopo secolo, hanno costruito il presente di oggi. Sono convinta che, questa poesia, non sia stata scritta solo per narrare tutto ciò che è accaduto di orribile e disumano, ma che dietro ad ogni parola ci sia del vissuto. Chi meglio dei sopravvissuti può sprigionare tutte le emozioni e l’orrore che li ha segnati nelle fabbriche di morte. “ Che lavora nel fango / che lotta per mezzo pane / che muore per un si o per un no / “, sono frasi orribili ma tristemente vere. Oggi però abbiamo la fortuna di vivere in un mondo in cui molto persone, ogni giorno, si prendono l’impegno di far conoscere a fondo la storia in tutte le sue stragi, attraverso testimonianze e documentari. Una di queste persone è Laura Geloni, figlia di un ex deportato e sopravvissuto ai campi di sterminio. In tutta la sua semplicità,lei ci ha raccontato una storia estremamente complessa e dolorosa,ma purtroppo realmente accaduta. Se volessimo immedesimarci, pur provando, non ci riusciremmo a pieno. È molto difficile, o addirittura impossibile, provare a vivere le sensazioni e gli stati d’animo vissuti giorno dopo giorno dai prigionieri. Sono talmente tanto vere le torture e tanto orribili le stragi consumate nei vari campi, piazzati in tutto il territorio europeo, che solo a sentirle raccontare, non sembrano vere. In tutta la sua drammaticità questa poesia vuole trasmetterci un messaggio chiaro; dopo averci descritto le condizioni di vita degli internati, ci impone un comando preciso: non lasciare che il ricordo di una strage simile venga sepolto o dimenticato e anzi che venga conosciuto anche dai nostri figli, i quali dovranno fare lo stesso con i loro. Infine ci vuole lanciare una specie di maledizione nel caso ci opponessimo alla sua volontà. Quest’ultimo messaggio contiene secondo me un profondo carico di rabbia, procurato dalla tristezza e dall’angoscia. L’angoscia di un uomo che ha vissuto una parte della sua vita perdendo la libertà, la dignità e il proprio nome, sottoposto all’obbedienza e privato di ogni diritto. Esperienze simili spesso, anche se si ha la fortuna di sopravvivere, ti portano ad uno stato interiore talmente negativo che, com’è accaduto a Primo Levi, si decide di privarsi della vita. Non penso proprio di essere in grado di giudicare e di proporre, quale sia secondo me, la scelta migliore, poiché rispetto entrambe le decisioni. Io stessa non avrei saputo come comportarmi: vivere ogni giorno con dei ricordi del genere, pesanti come un macigno o volare via e liberarmi di ogni preoccupazione?


                                               Fiorella Comito III D



TEMA

di Pietro Calcagno III^D

Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case […] considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango / che non conosce pace /  che lotta per mezzo pane /  che muore per un si o per un no, / Considerate se questa è una donna / senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare […]

Con questi versi del 1946 Primo Levi apre l’opera “ Se questo è un uomo”, testimonianza dell’esperienza disumana da lui vissuta insieme a milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti. Alla luce delle conoscenze che hai maturato sul tema della shoà attraverso le letture, la visione di film/ documentari, l’ascolto della testimonianza, la partecipazione alla giornata della memoria, commenta i versi di Shemà e prova a dare una spiegazione al drammatico appello finale che Primo Levi rivolge ai suoi lettori :

Meditate che questo è stato : / vi comando queste parole / scolpitele nel vostro cuore / stando in casa / andando per via, / coricandovi alzandovi; / ripetetele ai vostri figli. / O vi sfaccia la casa, / la malattia vi impedisca, / i vostri nati torcano il viso da voi.


Shemà, Ascolta, è così che inizia la poesia: l’autore vuole essere sicuro che tutti lo stiano ascoltando, che le sue parole non vengano perse, non vengano dimenticate vuole che tutti si fermino, smettano di fare quel che stanno facendo, e ascoltino. Già dal titolo si percepisce la durezza della poesia, infatti non ce lo sta chiedendo, non ce lo sta dice con gentilezza; ci sta comandando di ascoltare, ce lo impone. Nei primi versi Primo Levi punta il dito. Punta il dito contro chi, mentre lui ed altri milioni erano a soffrire, a spaccarsi la schiena, mentre erano nell’orrore dei campi di sterminio, stava al caldo delle proprie case, in mezzo all’affetto dei propri cari, e non pensava, o non era a conoscenza, delle persone che morivano continuamente nei Lager. Poi chiede se poteva essere la descrizione di un uomo quella di uno “che lavora nel fango”, richiamando le condizioni igieniche dei campi, dove erano presenti latrine all’aria aperta, dove i pidocchi erano più delle persone (il che è tutto dire), chiede se è un uomo, uno “che non conosce pace”, che non si ferma mai, che lavora dall’alba al tramonto, uno che, “per mezzo pane”, deve usare il proprio istinto di sopravvivenza; chiede se poteva sembrare un uomo, uno che dipendeva dalla voglia di divertirsi, dalla brutalità e dalla disumanità di un generale, che poteva piantare una pallottola in testa a chiunque quando voleva. Poi chiede se era una donna, una “senza capelli e senza nome”, infatti i capelli venivano tagliati e inviati alle fabbriche tessili, perché stavano meglio sui tappeti, che in testa alle persone, stessa cosa per il nome, che veniva subito cambiato con un numero; chiede anche se era ancora una donna, una “senza più forza di ricordare”, senza più luce negli occhi, ormai spenti, come tutto il resto dell’anima, traumatizzata e sconvolta, che moriva ogni volta che il deportato accanto a te cadeva, esanime, in un sonno infinito. Mi immagino la scena, anzi no non me l’immagino, però almeno ci provo: tante piccole bambole di pezza in mezzo ad un recinto silenzioso, è questa la mia immagine delle persone nel Lager, e poi un colore: grigio, vedo tutto grigio, il campo, il cielo, le baracche, le persone, persino il cibo, un grigio di disperazione, di incapacità di capire, di monotonia, e anche un odore, che superava sia quello degli escrementi che quello delle cattive condizioni igieniche, sì, quelli della paura e della morte dovevano essere i peggiori. Negli ultimi versi Primo Levi ci affida la poesia, ci dice di ricordare, di fare nostre queste sue parole e di portarle con noi, sempre e ovunque, di ridirle ai nostri figli, ai nostri nipoti in modo di non scordarcelo più, in modo che tutta la fatica, tutto il dolore dei deportati vengano tramandati per far sì che una cosa del genere non succeda più, mai più, e maledice chi non ricorderà, augurandogli il peggio, in un misto di disperazione e freddezza che lascia sconcertati, quasi spaventati; e almeno a me, gli ultimi versi come tutta la poesia suscitano un senso di vuoto e di tristezza che resteranno.

                                                    Pietro Calcagno III^D

 

TEMA CONCORSO SHOAH

Di Livia Giorni


Credo che ai giorni d’oggi non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati. Voglio dire, da ragazza quasi quattordicenne, e in piena adolescenza, so cosa significa tornare a casa la sera, guardarsi allo specchio, e pensare a quanto abbia fatto schifo la giornata appena passata, magari perché in un compito in classe non si è riusciti ad arrivare alla sufficienza, o semplicemente perché quella mattina ci si è svegliati con la “luna storta” e con i capelli talmente in disordine da far invidia ad un cespuglio. Una brutta giornata nel 2017 è costituita da avvenimenti inutili e superficiali a cui diamo troppo peso. Non penso sia una cosa comune immaginare una giornata sfortunata durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si moriva pur di avere qualcosa da mangiare, e nel caso si fosse trovato un posto per dormire allora sì, che la situazione migliorava. A volte mi immagino di diventare una ragazza degli anni ’40. Un’adolescente gentile, furba e simpatica, che ama la sua famiglia, con la quale il sabato sera, durante lo Shabbàt, si emoziona cantando le  antiche melodie ebraiche che parlano di eroi e di magie straordinarie. Una ragazza che nel campo di sterminio in cui è stata deportata vede la sua innocenza da bambina sfumare come il fumo di una sigaretta nell’aria, per lasciare il posto a sguardi vacui, che non si rendono conto degli uomini che muoiono nel fango, di donne calve con le lacrime agli occhi, piccole e fragili in quel pigiama a righe che ricorda una prigione. Primo Levi racconta la sua esperienza nel campo di sterminio di Aushwitz nel romanzo “Se questo è un uomo”, introdotto dalla poesia “Shemà”, nel quale racconta gli orrori da lui vissuti durante il regime nazista. Primo Levi nella sua poesia chiede di non dimenticare ciò che è successo, conservando le sue parole nel cuore e nella mente. Credo di essere ancora troppo piccola per poter scolpire le parole di Primo Levi nel mio cuore, come lui chiede, sebbene mi sia resa conto già da tempo degli orribili avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale. Mi sono sempre trovata a pensare che tutto quello che è successo alla comunità considerata non ariana sia stato uno dei peggiori esempi della violenza di cui l’uomo sia capace, una dimostrazione di puro odio e sadismo. Fattori che si trovano ancora oggi, nella società moderna. Non penso che le parole di Primo Levi riescano veramente a trasmettere le sensazioni che l’autore ha provato, poiché nessuno di noi è veramente in grado di percepire solo un poco di quello che le vittime subirono. L’autore chiede di pensare agli orrori di quegli anni bui durante tutte le azioni di vita quotidiana, di parlarne ai figli, e nel caso ciò non venga fatto augura malattie, distruzione e solitudine. L’autore evidenzia che noi non capiremo mai cosa significa vedere persone che non sapevano cos’era la pace, che la mattina si svegliavano pensando solo a sopravvivere, che negli occhi non avevano nient’altro che il fumo nero prodotto dai forni crematori, i quali incessantemente bruciavano corpi di uomini, donne  e bambini privati di dignità. I cadaveri senza nome, conseguenza di un assurdo regime, dovrebbero essere l’incentivo per spingerci a pensare, a ricordare e a scolpire nel cuore e nella mente il drammatico passato di quelle vittime senza voce, che chiedono di non essere dimenticate. Dobbiamo conservare le testimonianze dei sopravvissuti come se fossero oro, per non far cadere nell’oblio quest’indelebile pagina di storia macchiata di sangue innocente, e dare una speranza di pace duratura fra i popoli delle generazioni future. Perché un uomo non può considerarsi colpevole di vivere la propria cultura.  

1 commento:

  1. Congratulazioni a questi bravissimi ragazzi!
    La maestra Ida

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